Il crollo del petrolio, non più “oro nero”

Il crollo del petrolio, non più “oro nero”

Nelle ultime settimane le borse sono calate vistosamente, si pensa addirittura all’inizio di una recessione, in poco più di 20 giorni il Dow Jones ha perso quasi 2000 punti con una perdita giornaliera del 2-3% sin dall’inizio dell’anno nuovo. 2016 che non inizia bene, con una crisi che per molti è stata causata dal continuo calare del prezzo del petrolio a partire da fine Novembre 2015.

A Novembre il costo al barile di petrolio era di circa 50 dollari, alla data odierna (21 Gennaio 2015) si registra un minimo dai 27 ai 28 dollari al barile; negli USA invece (per precisione, in North Dakota) una raffineria ha iniziato ad acquistare 3 giorni fa a -0.50 dollari al barile, ovvero veniva pagata per portare via i barili. Questo perché i produttori nord-americani vendevano già il petrolio ad una quota molto scontata rispetto ai prezzi di mercato, il crollo recente ha portato questa quota in negativo. 

Questo crollo del prezzo del petrolio è dovuto probabilmente alla continua produzione statunitense e canadese; anche grazie all’incremento della produzione di shale oil e il fracking negli USA, oltre alla scoperta di nuove fonti petrolifere in Canada e nel golfo del Messico.

I sussidi statali all’estrazione petrolifera

Bisogna ricordare che i produttori statunitensi di petrolio beneficiano di diversi miliardi di dollari in sussidi statali, per l’estrazione e la raffinazione, basta comprendere come funziona un’economia di mercato per comprendere che questo porta ad un’eccessiva estrazione, o in altri termini, un eccesso di offerta di questo bene, mentre la richiesta rimane invariata; tutto ciò non fa altro che distorcere l’economia e ad un certo punto, quando ci si accorge degli eccessi di produzione il prezzo non può far altro che diminuire.

La situazione attuale è sicuramente in parte causata dall’intervento governativo sull’economia.

Rischio Iran

La paura è che presto il governo statunitense tolga le sanzioni imposte all’Iran per il conseguimento dei requisiti dello storico accordo sul nucleare raggiunto l’anno appena passato.

Questo permetterebbe all’Iran di ritornare ad immettere il suo petrolio sul mercato, stime dicono che potrebbe portare intorno ai 500.000 barili al giorno, mentre il governo Iraniano sostenie di poterne immettere fino ad 1 milione al giorno.

Una prospettiva negativa per il petrolio che potrebbe calare ancora.

Le conseguenze

È forte la paura di interventi da parte dell’Arabia Saudita e della Russia, che fanno della produzione petrolifera uno dei capisaldi delle loro economie; già troppe guerre sono nate per l’Oro nero mascherate sotto altre motivazioni e l’ISIS in questo caso è un capro-espiatorio perfetto per portare altra instabilità in un territorio come quello del Medio Oriente dilaniato, devastato e radicalizzato dalla guerra al terrorismo e ai vari dittatori che si sono susseguiti.

Chi beneficia del prezzo del petrolio?

Un aspetto positivo di tutto questo è il fatto che i prezzi dei carburanti tendono ora a calare, anche se non ne vediamo ancora gli effetti poiché il mercato di produzione deve ancora assestarsi sui nuovi valori.

In Italia la storia rimane sempre la stessa, il 70% del prezzo della benzina, è dato dalle numerossisime accise e tasse varie; infatti anche se il petrolio fosse gratis e i produttori non volessero guadagnarci nulla sopra il costo al litro sarebbe comunque superiore ai 50 centesimi.

 

Il discorso su questa “crisi” è completamente analogo a quello fatto da noi in un altro nostro articolo sull’inflazione. Quello che sta avvenendo non è altro che una fase di assestamento deflazionaria dovuta a politiche statali che hanno alterato il funzionamento del libero mercato; è naturale che avvenga e dovrebbe servire come lezione affinché si smetta di portare avanti politiche interventiste prive di senso.

Grazie per la lettura,

-Il Capitalista

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