Olio di palma: tra disinformazione e interessi economici

Olio di palma: tra disinformazione e interessi economici

Qual è la strategia dietro la guerra degli oli che vede l’olio di palma contro tutti? La domanda sorge dopo i numerosi attacchi che questa materia prima ha subito e sta subendo tutt’ora. Attacchi a colpi di marketing dove aziende come Barilla, da una parte, hanno letteralmente tappezzato le pubblicità di frasi come “senza olio di palma” e Ferrero, dall’altra, che invece esalta i propri prodotti e la sostenibilità del proprio olio tropicale.

L’accusa iniziale mossa contro questa materia prima ha sempre riguardato l’impatto sulla salute. Il dibattito su questo punto ha coinvolto diversi scienziati e studiosi, persino l’EFSA, l’Autorità Europea per la sicurezza alimentare, ma non è mai stata trovata una correlazione diretta fra consumo di olio di palma con obesità, cancro o problemi cardiovascolari.

Sul fronte ambientale invece le accuse possono sembrare più fondate, ma è necessario fare alcune distinzioni. Vi sono certamente alcuni Stati che per fare spazio alle piantagioni di palme hanno disboscato in modo indiscriminato e non sostenibile, mentre altri come la Malesia utilizzano da anni politiche volte ad armonizzare la coltivazione delle palme da olio con le foreste vergini. Tanto da aver sottoscritto un protocollo internazionale per la preservazione del 50% del proprio territorio a foreste naturali.

Ma la battaglia contro l’olio di palma sembra avere origine negli equilibri geopolitici e geo-economici del commercio internazionale degli oli. Quali ingredienti infatti potrebbero beneficiare da un calo drastico del palma? L’olio di semi di girasole, ad esempio, che in Europa è uno degli oli più coltivati e conta una lobby molto forte.

Secondo le statistiche degli ultimi anni l’importazione di questo olio è cresciuta in modo costante. E recentemente, dopo le campagne contro l’olio di palma, sono aumentate le grandi marche che lo utilizzano come sostituto. I veri beneficiari, nonostante i proclami protezionisti di alcune associazioni di categoria italiane, sarebbero i grandi produttori di olio e semi di girasole: Ucraina, Russia e Turchia. Insieme detengono oltre il 50% della produzione mondiale e rappresentano quasi il 70% dell’olio di semi di girasole utilizzato in Italia per circa 540.000 tonnellate all’anno. Il fabbisogno totale italiano ammonta circa a 410 milioni e 200 mila litri per un giro d’affari notevole e in forte aumento visti i recenti sviluppi: le importazioni sono aumentate del 25% negli ultimi 5 anni. Qualche indizio concreto sulla presenza di una vera guerra degli olii viene dalla Russia che da tempo impone dazi protezionisti molto alti sull’ingresso dell’olio tropicale nei suoi confini ed è in lotta diplomatica con gli esportatori del Sud Est Asiatico. Tanto da spingere la WTO a considerare illegittimi alcuni dazi doganali a danno esclusivo e calcolato dei prodotti alimentari provenienti da Indonesia e Malesia. Il tutto a discapito del libero mercato e del consumatore che viene danneggiato e riceve un’informazione parziale, vittima dell’ennesima guerra fra lobby.

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